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«Per i primi quindici anni della mia vita m’è capitato di vivere in seno ad una società fondata sull’abilità manuale e l’innocenza del cuore. Una società dove il rispetto del lavoro vigeva con la maestà e l’energia di un sacramento inviolabile. Ne erano membri sarti e calzolai, carradori e pastai, falegnami e barbieri, tutto un esercito di “mastri” che al chiuso e all’aperto, meno per bramosia di guadagno che per rovello di perfezione manovravano dall’alba al tramonto con aghi, trincetti, martelli, spatole, rasoi, cazzuole, o con qualunque altro arnese di legno e di ferro servisse ad assottigliare, farcire, ammorbidire, inasprire, in una parola a lavorare, una consenziente o recalcitrante materia: “Figli del lavoro”, appunto, era il nome del sodalizio d’artigiani dove fui a lungo di casa, a seguito di mio padre ch’era fabbro-ferraio…».
Con queste parole qualche anno fa Gesualdo Bufalino ricordava la sua fanciullezza e la sua prima adolescenza. Da anziano, con garbata autoironia, amava definirsi - “per meriti d’età” - testimone di un’epoca irrimediabilmente tramontata, l’epoca della “civiltà della bottega”.
Una civiltà è «specialmente la ricchezza dei suoi mestieri, ognuno dei quali nella propria cellula chiusa s’inventava mimiche, abbigliamenti, linguaggi, contegni, aneddoti di commozione o di scherzo, una pedagogia, una morale».
Le botteghe di Comiso erano fino a poco fa «coaguli di cultura sufficienti a se stessi, regni dove il re si chiamava “mastro”, cioè maestro di martello, d’ascia, di tornio […]. Più effimere ancora le attività vagabonde, esercitate all’aria aperta […]».
Gli artigiani comisani, oltre ad essere maestri del mestiere, erano anche maestri di onestà, di serietà, di disciplina in bottega e in società. Essi erano anche i giudici più umani e severi della società del tempo, erano una forza meravigliosa e con la loro esemplare onestà riuscivano perfino ad indirizzare l’opinione pubblica.
La realtà artigianale comisana affonda le proprie radici nella «pirrera», nelle cave di pietra che furono le protagoniste principali della ricostruzione di Comiso e di molti centri viciniori, grazie alla materia prima che alimentava i cantieri edilizi e le «maramme» di chiese e palazzi signorili.
E le botteghe dei carradori comisani. Vere e proprie <scuole> quelle dei «maestri» Puglisi, Palazzolo e Floridia, che a loro volta formarono nuovi «maestri» come il nostro Raffaele La Scala, destinato a portare «in petto» agli dei che abitano nella Valle girgintana tutto il sapere della sua terra, tutta la perizia, la meticolosa scrupolosità esistenziale appresa nelle patrie botteghe.
A partire dal secolo XVII la «pirrera» e la «bottega» sono state le protagoniste silenziose di quell’antico romanzo sociale che racconta le complesse vicende del popolo comisano. Non avrebbe senso parlare di Comiso come città-teatro se non si ammettesse, a priori, l’intraprendenza dei suoi mercanti e negozianti, dell’attività proto-industriale che l’ha caratterizzata fin dal Settecento, così come non si può tacere l’intuizione antesignana e moderna avuta dal feudatario della città, il Conte Naselli Principe d’Aragona, a proposito della parcellizzazione della proprietà. Nell’Ottocento borbonico il comparto artigianale della città deteneva quasi un quinto della terra, aveva una presenza massiccia nelle “liste degli eligibili” e governava la città attraverso i suoi artigiani/decurioni.


Nunzio Lauretta

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