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Se penso a Raffele La Scala, se penso alla sua infanzia rubata dal destino, se penso ai suoi occhi furbi coi quali ha dovuto rubare il mestiere ai suoi maestri mentre i suoi coetani giocavano e studiavano, se penso al destino che l’ha reso capo-famiglia, senza esserne mai stato figlio, mi viene in mente un brano sul lavoro scritto da Gesualdo Bufalino, insuperato cantore dell’orgogliosa civiltà comisana, e che qui voglio riportare in omaggio a Raffele La Scala e di quanti come lui hanno portato in giro per il mondo i segni più genuini e tangibili di quella civiltà.


Il lavoro, dunque. Il siciliano è stato, forse è ancora, fra i più laboriosi popoli del globo. Costretto dalle canicole truci, dalla cronica siccità, a combattere battaglie perdute contro una terra tanto più restia quanto più densa di esuberanze e succhi carnali, il siciliano s’è sempre ingegnato di cavare da queste costrizioni il massimo profitto, e non solamente ai fini, ovvi, della sopravvivenza, ma, con lo stesso entusiasmo e la stessa caparbietà, ai fini della bellezza. Questo mi pare il carattere più immediato che distingue l’operosità isolana: una nativa destrezza mai soddisfatta dai semplici risultati economici ma spontaneamente intesa alla ricerca d’un valore aggiunto (solo in apparenza superfluo) di leggiadria e di ricreazione. Al punto che non esce dalle mani dell’operatore nessun oggetto utilitario dove non splenda altresì un qualche lume d’arte o d’artificio; nessun manufatto d’uso comune che non lasci intravedere dietro di sé un miraggio, una <<trovatura>> (così nel mio dialetto chiamano i tesori nascosti) fantastica e lietamente arbitraria; Gli esempi soccorrono subito: solo qui s’è saputo, aggiungendovi un pennacchio e qualche icona di sfide paladinesche, trasfigurare l’antico connubbio cavallo-carro, legato ai pericoli del viaggio notturno, alle insidie dei mali passi e dei malandrini, in un favoloso fiammeggiante tabernacolo semovente; solo qui s’è saputo conferire alla curva di una falce o di un vaso, allo spigolo d’un muro di fondaco o di palmento quel di più d’eleganza e di vacanza che li riscatta dalla dannazione del sudore e delle lacrime e li rende <<umani>>, quindi sostanza di memoria e di amore.
Parlo, si capisce, soprattutto d’una cultura d’ieri, la cultura della <<bottega>>; dove il <<mastro>>, come nel Rinascimento a Firenze, insegnava e l’apprendista apprendeva con gli occhi lucidi e il cuore riconoscente.
Oggi molte cose vanno mutando, non fosse che per l’effetto perverso di talune norme di legge, di per sé sacrosante, che, mentre intendevano proteggere i minori, in pratica, col recidere quella cinghia di trasmissione di precetti e di segreti che un tempo correva naturalmente dalle labbra dell’anziano depositario alle orecchie avidissime del ragazzo.
Non è il caso di disperarsi. Ogni civiltà s’inventa le sue forme e i suoi simulacri a spese della precedente.
Se l’artigianato siciliano, quale l’abbiamo conosciuto tanti anni fa, è defunto, o quasi, non è meno vero che un altro va nascendo in sua vece, e che attraverso questo ricambio di usanze e di liturgie si costruisce istante per istante il nostro futuro. Non c’è che da guardarsi attorno per vedere il contadino trasformato in serricultore e il carrettiere in camionista. Accanto al cimitero dei mestieri scomparsi pullula e urge la ressa delle nuove incombenze, ora innestando sui rami senescenti della tradizione un germoglio più verde, ora improvvisando materiali e tecniche inedite in omaggio ai nuovi bisogni. Certo duole che il ciabattino abbia smesso di picchiare sul deschetto davanti all’uscio: che zi’ Dima non si chiuda più a cucire refe di ferro dentro una giara gigante, al riparo del solleone; che i fonditori di campane si siano ridotti a un solo eroico superstite, nel paese agrigentino di Burgio... ma, in compenso, quale vivaio di recenti o rigenerate fabbrilità è tuttora la Sicilia! Dai ceramisti di Santo Stefano di Camastra e di Caltagirone, che nel solco del passato camminano con passo sicuro, ai segantini di Comiso, abili a trattare il marmo con virtuosità di scultori; dai corallari di Trapani alle tessitrici e merlettaie ericine; dai falegnami bagherioti di bambole e pupi ai fabbri giardinesi di ferro battuto, ai carradori palermitani e catanesi... dovunque telaio e pialla, scalpello e tornio, sotto l’impulso di un braccio femminile o maschile, fanno ancora udire la loro musica propiziatoria, parlano un linguaggio di saviezza e salute in un mondo e in un tempo che per molti versi sembrano averlo disimparato. (G.Bufalino, 1985)

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