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Marcello La Scala non è comisano come il padre Raffaele, ma ne  ha ereditato cultura, abilità e valori.
Quando entrò nella mia stanza accompagnato da un comune amico, non immaginavo nemmeno lontanamente quello che sarebbe accaduto. Cominciò a parlarmi del padre, Raffaele, come di un grande maestro carradore, come epigono di una stirpe di giganti che modellava legno e ferro nella valle girgentana dei templi, dando forma e vita a superbi carretti. Istoriati nei loro laterali da altrettanto abili cantori della tradizione e della civiltà siciliana. Durante il racconto ero come infastidito. Troppo forte era in me radicata la consapevolezza che quell’arte arcaica e mitologica, del costruttore di carri, intendo, appartenesse alla cultura della mia città. Come un privilegio dai condottieri normanni, o la privativa dai più esoso viceré spagnolo. Ero troppo geloso e indispettito che in altro posto, seppure bellissimo e a me molto caro, come quello della bella Girgenti, potesse essere accaduto un simile miracolo. Pensai fra  e me, ma chistu veni a sfuttiri finu ‘a casa?
Come può parlare di arte carradoria senza essere comisano? L’arte di costruire i carri, chissà perché, non poteva che essere appannaggio solo dei comisani, cioè di quella schiera di artigiani che pullulava dentro le botteghe dei Puglisi, dei Palazzolo e dei Floridia. Quando poi appresi dalla voce amorevolmente complice di Marcello che addirittura il padre era stato inserito dalla commissione del Registro delle Eredità Immateriali (REI),
istituita presso L’Assessorato regionale dei BB.CC. e PI, nello specifico Libro dei tesori umani viventi, cioè che il Raffaele era stato giudicato, per la sua arte e per le sue abilità un <bene culturale>, degno di essere annoverato fra i beni immateriali da tutelare, la misura era colma! Interruppi il narratore mattutino e tentai il colpo basso, per metterlo alle corde: «Ma insomma, chi era tuo padre?» - chiesi - «E chi ne è stato il maestro?»
Era colpo da KO, non avrebbe potuto più rialzarsi, ne ero certo. E non solo, con un colpo solo sarei riuscito a cogliere in fallo l’intera Commissione che aveva riconosciuto al padre cotante qualità, e indirettamente autorizzato il figlio a simili esaltazioni.
Pregustavo il sapore della vittoria, quando, incredulo, Marcello mi rispose: «Mio padre, Raffaele La Scala, è nato a Comiso nel 1924, ha fatto l’apprendistato e ha imparato l’arte di costruire carri, fra i cinque e i quindici anni nelle botteghe dei Puglisi e dei Palazzolo; si è – diciamo così - specializzato fra i quindici e i diciassette anni in quella dei Floridia. Subito dopo si è aperto la propria bottega a Grammichele, la guerra lo ha portato a Cassino. L’essere orfano e figlio unico lo ha restituito alla madre e a Comiso, da dove andò via nel 1946, perché invogliato e spinto dai Girgentani che a Comiso venivano a farsi costruire i carretti». Un attimo dopo Marcello e io, io e Marcello ci siamo ritrovati, con gli occhi lucidi, stretti in un abbraccio che saldava il passato e il presente, che riuniva due culture, accomunati entrambi da un amore infinito per una civiltà
che non c’è più, per i valori umani e artistici che quella civiltà, la civiltà della bottega,ha disseminato ai quattro canti della terra. Due persone che non si erano mai incontrate, quasi rappresentassero ciascuno la reincarnazione di qualcun altro vissuto nel secolo passato, si ritrovarono a condividere un sogno: istituire un Museo del Carretto nell’antica Valle dove giganti di pietra osservano da oltre due millenni dei piccoli umani che inseguono la vita e cercano di sfuggire alla morte. Sì, in petto a quei giganti di pietra ci sta bene un gigante della materia, uno come Raffaele La Scala che con le sue mani ha saputo trasformare la materia in Arte. E che Arte!
Il viaggiatore che dalle brume delle contrade anseatiche arriverà nella Valle si stupirà davanti ai giganti di pietra, non meno quando vedrà la chiave o il laterale di un carretto di Raffaele La Scala di Comiso. Girgentano d’adozione.


Nunzio Lauretta

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