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IL CARRO

Incontrare ai nostri giorni un carretto per le vie della città è una cosa molto rara; non parliamo poi di quei carri addobbati e dipinti a colori vivacissimi che costituiscono talvolta un elemento portante per alcune festività a carattere folclorico, le uniche occasioni ormai per ammirare questo tipo d’arte.
Andando indietro con il tempo scopriamo che originariamente il carro nacque dall’applicazione alla slitta, conosciuta fin dal 7000 a.C., della ruota, che aveva trovato il suo primo impiego come strumento artigianale ed agricolo nella civiltà mesopotamica.
Il primo carro di cui si ha testimonianza risale al 3000 a.C. ed è illustrato in un bassorilievo rinvenuto ad Ur, denominato “carro dei felini”. In esso compaiono le prime tipiche ruote piene, composte di un disco di tre settori, le quali sono fissate all’asse mediante bulloni di rame.
Il contemporaneo addomesticamento del cavallo ed il suo impiego per il traino, favorì l’evoluzione del carro.
Tra il 2000 e il 1500 a.C. appaiono le prime ruote a raggi, mentre la struttura del carro appare più leggera e funzionale. Il carro fu presto un efficace strumento di guerra, ma successivamente cadde in disuso.
A Roma fu introdotto dagli Etruschi, ma si diffuse soprattutto nei periodi repubblicano ed imperiale. Tutti i carri dell’antichità furono decorati in ogni parte. I carri da trasporto rappresentano tuttora, in alcune regioni, un elemento tipico del folclore e spesso sono tra le cose migliori dell’arte popolare.

Il carretto siciliano

Alcuni affermano che il carretto siciliano si diffonde, con le sue caratteristiche tipiche, intorno ai primi anni dell’ottocento.
La sua diffusione è connessa alla storia economica di un’isola in cui, gli abitanti, sentono la necessità di trasportare le merci dal luogo di produzione a quello di distribuzione.
Inizialmente tale mezzo fu ostacolato da alcuni fattori pratici, infatti, durante la dominazione araba, l’ampiezza delle strade, dei piccoli cortili e vicoli, non consentivano il passaggio del carro. In seguito, tra il 1840 e il 1850, la situazione si capovolse, infatti, furono costruite strade di ampiezza maggiore e ciò facilitò notevolmente la diffusione di questo mezzo.
Il carretto nasce sì come mezzo di trasporto, ma diventa ben presto un “veicolo di trasmissione culturale” per i siciliani, perché in esso, tramite la scultura e la pittura vengono rappresentati momenti della storia siciliana.
Lo studio del carretto ha permesso di poter fare particolari affermazioni sulla stratificazione sociale: chi lo possedeva aveva un bene e il suo stato sociale era superiore a quello di un “iurnataru” che invece non poteva averlo. Una stratificazione sociale si poteva fare anche tra chi lo possedeva: la gente più povera si limitava a qualche decorazione per il semplice motivo di preservare il legno dall’azione corrosiva degli agenti atmosferici e delle tarme; la gente più ricca invece affidava il proprio carretto a dei veri e propri pittori e scultori per curare al meglio l’aspetto esteriore del mezzo.

 
Il mondo dei carrettieri

“Un carradore che lavora nella sua bottega”: questa, può essere ai giorni nostri solo l’immagine di una cartolina o la scena di un vecchio film in bianco e nero, perché la figura del carradore ha perso da tempo la sua importanza arrivando pian piano a scomparire del tutto. I carretti, infatti, sono stati già da tempo sostituiti da lambrette, furgoncini e camions, diventando così un pezzo di antiquariato come dice il poeta favarese Giuseppe Casà in “U carrettu”: “ Ora cangiaru i tempi e lu carrettu /resta a l’agnuni e si fa mpurrìri, /pari carogna mmezzu a li liùna, / ca un serbi a nenti e nuddru lu talìa, ”
Il carretto è stato per molti secoli il mezzo di cui si servivano i nostri antenati per spostarsi e conquistare nuove terre ma anche per trasportare il materiale utile a costruire le nostre splendide cattedrali e tutto ciò che ci circonda; effettivamente viene un po’ difficile pensare ad esempio che lo splendido Duomo di Noto sia stato costruito anche grazie all’opera dei carrettieri che trasportavano sul luogo tutti i materiali necessari ad edificare tale struttura, ma è così.
I carrettieri lavoravano per conto di commercianti o vecchi costruttori e solo molto raramente lavoravano in proprio; la forma di pagamento era “a viaggio” ed era influenzata dal tipo di tragitto da percorrere. Meno frequente ma più conveniente per i carrettieri era poi il pagamento “a iurnata”.
Quasi tutti coloro che hanno lavorato come carrettieri sono del tutto analfabeti o hanno frequentato solo le prime classi elementari poiché hanno cominciato a lavorare fin da piccoli come mi racconta mio nonno,forse uno dei pochi carradori rimasti ancora in vita: Raffaele La Scala, possedeva insieme alla moglie un negozio di generi alimentari ma nello stesso tempo per guadagnare un po’ di più continuava ad esercitare la professione di carradore, ecco cosa racconta: “Quando sono nato io mio padre era già morto e mia madre stava a casa di suo padre, mio nonno. Sono nato io e all’età di cinque anni, quando cominciai ad andare a scuola, passavo mezza giornata a scuola e mezza giornata no mastru di carretta; mia nonna per farmi andare dal mastro ci dava du sordi a iddu accussi u mastru mi putia dari a simana e io era contento e continuavo ad andarci. Diventato grandino a scuola non ci andai più, andavo soltanto dal mastro. A diciassette anni me ne andai in un altro mastro, Palazzolo. Appena i tedeschi vinniru all’aeroporto di Comiso stù mastru si rapìu na lavanderia e quindi iu un ci iu cchiù a travagliari ni iddu e mi nnì iu ni Puglisi ca era in società cu Floridia. Poi era grandicello, bravo di mestiere, me ne andai all’aeroporto a lavorare perché c’erano i tedeschi che cercavano operai e poi perché mi davano quattro mila lire al giorno mentri co mastru vuscava quattru mila liri a simana. Appena cominciò la guerra però ci furono i bombardamenti all’aeroporto e un ci iu cchiù.Doppu un pocu m’arrivà a cattullina pi pattiri militari e mi nni iu vicinu Napoli unni mi desiru u patentinu di montatore perché allora l’apparecchi eranu di lignu e s’avianu aggiustari,fici u cursu e mi desiru u patentinu.Doppu cincu misi niscì na liggi pi ccu era figliu unicu e mi congedarru. Appena turnai o Comisu mi misi a fari i carretta cu du mastri ‘i carretta, a genti mi diciva u prezzu do carrettu, iu mi calcolava quantu c’avia stari e si mi cumminia ci lu faciva. Doppu un pocu mi nni ivu a travagliari a Rammicheli pi tri anni.Doppu sti tri anni mi maritaiu e mi nni ivu arrè o Comisu unni mi grapiu ‘na putia e faciva u stessu carretta. Un iornu vinniru dui di Agrigentu ca avianu accattari tri carretta a picca prezzu pi vinnirasilli ad Agrigentu e iu ci li fici accattari e no mentri mi vulivanu cumminciri a iri a travagliari ad Agrigentu cu iddi che riparazioni ca si vuscava cchiossà ma iu mprima ci dissi di no; poi turnaru arrè pi accattarisi antri carretta e mu dissiru arrè di iri a travagliari cu iddi e stvota iu,cu me muglieri, ci ivu. Arrivati ad Agrigentu mi misi a travagliari cu iddi mprima e doppu un pocu mi grapiu iu un generi alimentari pi me muglieri ma iu no darrèputìa facìa e riparava i carretta finu a quannu lu potti fari po ca carretta un ci nn’eranu cchiù avia sulu a putìa.”
Il carretto è considerato come il raggruppamento di quattro diversi mestieri: scultore, fabbro, carradore e pittore.
Lo scultore si occupa della parte di legno, il fabbro di quella in ferro, il carradore mette insieme le due parti e il pittore dà un tocco di vivacità al tutto.
Successivamente, nascendo il trasporto motorizzato, si cominciò a fare solo un lavoro di manutenzione, cioè ci si limitava a ricostruire il pezzo danneggiato, e per ciò prima il fabbro poi lo scultore cominciarono ad indirizzare il proprio lavoro verso altre attività. L’ultimo a scomparire fu il carradore che, per sopravvivere, s’improvvisò scultore e fabbro come nel caso del nostro maestro Raffaele La Scala.
 
Carretti catanesi e palermitani a confronto

In Sicilia tre furono le scuole di carradori più importanti: Palermitana, Catanese e Ragusana. Le ultime due scuole erano molto simili, l’unica differenza che intercorreva tra le due era che la scuola Ragusana mirava sì al bello ma anche all’essenziale, mentre invece quella Catanese era un po’ più ricca a confronto.
La scuola Palermitana e quella Catanese invece erano un po’ più differenti e adesso confronterò meglio i tre aspetti che li contraddistinguevano: “ sponde e masciddara”, “’a chiavi” e  “’a cascia ‘o fusu” .
“Cascia ‘o fusu”: la differenza stà principalmente nel ferro. In quella Palermitana il ferro si limita a disegnare delle sorte di uncino, mentre in quella Catanese con il ferro vengono rappresentati” pupi, draghi, sirene e paesaggi reali o astratti”.

Fasi di costruzione di un carretto

Di un carretto, la parte costruita in primis, è la ruota. In una ruota fondamentalmente si crea “u miolu” che è ciò che sta al centro della ruota e dal quale si diramano i “jammozzi” (raggi: 12 per ogni ruota). Dopo aver creato i “jammozzi” si lavora su i “cuba” con un particolare procedimento illustrato di seguito. Dopo aver completato la parte in legno della ruota si pensa ad inserire “u circuni” e quindi “ a firrari ‘a rota”. Dopo aver costruito le ruote si passa alla costruzione distinta e separata di ogni singolo pezzo: “i tavulazza”, “a cascia”, “i masciddara”, “a sponda”, “l’asti”, “i barruna”; poi si assembla il tutto.

Pittura e scultura nel carro siciliano

Ciò che in carro siciliano, desta subito interesse è la maestosità, la bellezza, e la cura d’ogni particolare. Un’ottima pittura e un buon lavoro per quanto riguarda la scultura, sono le parole chiave per la realizzazione di un carretto come si deve.
Parliamo della pittura. Inizialmente gli unici soggetti ad essere rappresentati in un carretto erano quelli a carattere religioso e più in particolare: Gesù dormiente nella barca sul mare di Galilea, Gesù e la donna adultera, Gesù guarisce un cieco, l’entrata di Gesù a Gerusalemme. La caratteristica fondamentale è che le due “sponde laterali” sono divise a loro volta in due dai “barruna” e ciò permetteva la realizzazione di più quadri; la professionalità di un pittore stava nel rappresentare in entrambe le sponde la stessa storia suddivisa quindi in quattro quadri. In una bottega, il pittore lavorava sulle sponde per sbizzarrirsi nel migliore dei modi e dimostrare la sua arte, gli allievi invece dipingevano “a cascia” ovviamente sotto l’occhio vigile del pittore perché sarà sua la firma alla fine del lavoro.
I colori adoperati sono quelli primari e le scene, nel migliore dei casi, sembrano uscire dal legno per essere rivissute come in un piccolo teatrino. Solo successivamente, con l’avvento di giornali francesi in Italia, la pittura tralasciò il carattere religioso per diventare epico-cavalleresca e celebrare la vittoria di grandi eroi come Napoleone, Cristoforo Colombo, e così via.
Solo nei primi anni del Novecento cominciano ad apparire sui carretti le storie di paladini, normanni e crociati.
Un particolare importante dei pittori è il “cartone”, comune anche agli scultori, il modello di ciò che si deve rappresentare è in pratica disegnato su un cartone nel quale sono marcati solo i soggetti principali mentre i personaggi e i paesaggi di fondo sono definiti piuttosto grossolanamente.
Lasciamo adesso la pittura e dedichiamoci invece alla scultura. I due pezzi di un carretto che testimoniano l’arte di uno scultore sono: “a chiavi” e “a cascia ‘o fusu”; queste sono le parti in legno più lavorate sia per quanto riguarda il legno, (chiavi e cascia ‘o fusu ) sia per quanto riguarda il ferro (cascia ‘o fusu).
“ A chiavi”, soprattutto, è quel pezzo di legno che permetteva allo scultore di sbizzarrirsi come meglio credeva, senza crearsi problemi di solidità del pezzo in quanto aveva un uso esclusivamente decorativo.
Lo scultore qui è libero di rappresentare ciò che vuole senza particolari vincoli; inizialmente presero il sopravvento le scene religiose ma in seguito gli scultori s’ispirarono anche alla mitologia classica e a scene epico-cavalleresche. Col passare degli anni lo scultore dovette abituarsi non più a costruire carretti di sana pianta, ma solo ad aggiustare qualche pezzo per poi abbandonare del tutto quest’ambito e dedicarsi, molto a malincuore, alla lavorazione di mobili.

“ Armiggi”

Alla figura del carretto è associata quella di un cavallo ben “ vestito”. Durante la sfilata di carretti, infatti, vi è una vera e propria gara per “vestire meglio” il proprio cavallo.
Come succede con i carretti, anche “gli armiggi   “ hanno una loro distinzione, vi erano quelli “ giornalieri” e quelli “da festa” più ricchi, a volte fin troppo. Anche la realizzazione di queste bardature è opera di grandi maestri.
Gli “armiggi” si distinguono anche a seconda di chi li realizza, ci sono quelli pitturati e quelli ricamati.
Gli “armiggi da festa” è uno spettacolo vederli: un arcobaleno di colori, nastri, frange di lana, piccoli specchi, stelline in oro e argento. Sui paraocchi ci sono  i personaggi principali rappresentati sulle sponde, personaggi diversi o una doppia rappresentazione del Santo protettore del carrettiere.
Ogni parte dell’armiggio ha una sua storia fino all’impensabile.
Ciò che corona tutta la bardatura è il pennacchio: un vivace mescolarsi di piume colorate e sonagli. La caratteristica fondamentale del pennacchio sta nella qualità e nella quantità delle piume: le migliori sono di fagiano o di cappone e al massimo di tre colori tra i quali è assolutamente presente il bianco.
 
Poesie e canti inediti di carrettieri

U carrettu

Ricordu ca na vota ni i campagni,
a la scuràta sempri si sintiva
lu scrusciu du carrettu via via
accumpagnàtu di na cantilena.

Ni lu silenziu a la cuddràta o suli,
cu u chiaru o scuru o lustru di la luna,
st’ummira amica lenta caminava
accumpagnata a sonu di cianciàni.

Lu mulu canusciva lu camìnu
e u passu sempri o stessu lu ittàva,
u carritteri stancu di la via,
capizziànnu, l’occhi arrivintàva.

Si c’era qualchi vota na muntata
e u mulu carricatu un ci a facìa,
u carritteri subitu scinniva
e cu na mani all’asta l’aiutava.

La testa di lu mulu era adurnata
di specchi e giummi sempri a pinnulùni,
asti e barruna eranu di fau
retini e suttapanza, coriu bonu.

C’era un pinnacchiu ncapu lu siddrùni
e lu carrettu era culuratu,
chinu di pupi ricchi d’armaturi
ca ricurdava i vecchi paladini.

L’armici sbarlucivanu la notti,
o lustru allammicùsu du lampiùni
li specchi cu li giumma da tistera,
eranu u vantu di li carrittera.

Era na prupriìtà ca s’addutava
o figliu ca s’avia a maritari
e quannu iva a “rumpiri u scaluni”
era partitu ca un si rifiutava.

Si canusciva u scrusciu di li roti,
comu la vuci di pirsùni cari,
sina lu stancu affannu di lu mulu,
a genti u cannusciva di luntanu.

Ora cangiaru i tempi e lu carrettu
resta a l’agnuni e si fa mpurrìri,
pari carogna mmezzu a li liùna,
ca un serbi a nenti e nuddru lu talìa.

Ora un si senti cchiù a sti vii vii
né scrusciu di carretta e di cianciàni,
né roti zirricùsi nu stratùni,
né a cantilena di lu carritteri.

 

                                                                               
 

                                                                  di Giuseppe Casà




U’  Picciuottu carrettieri


U carrettieri ri lu so camminu,
cuannu sinn’ja a carricari vinu,
co pinsieru so si rivurgia,
duòppu ca iddu tuttu disignau
‘u siddunaru ci li fabbricau.

St’ architettura cuannu rifinii
O cavaddu so ‘cci li pruvau
E cuannu vitti ca tuttu rinisciu
‘ncarrettu appitturatu ci ‘mpaiau,
o cavaddu so cheni ‘llijuni
e azziccau a fari canzoni.

Eni picciuòttu e deni carrettieri
‘nmienzu ri lavitri si senti cantari,
è nutili ca tu ‘cci minti smacco
‘u so cavaddu eni sempri iddu.

I carrettieri ‘ppi lu so cavaddu
Sunu ‘mmiriusi e sunu trarituri,
ma tu a chisti ‘cca nun ‘cci pinsari
cerca ri pirdunalli a unu a unu,
e tira avanti ‘nta lu tò straluni
cu lu carrettu e cu li tò canzuni.


U Carrettieri zitu

U carrittieri ca ‘n campagna hà ‘ gghiri
ri prima sira ‘mpaia ‘u cavaddu,
pi ‘ riturnari prestu ò travagghiu.

O passari ri’ sta vanedda pigghiu
ca sugniu zitu cu ‘na picciuttedda    .

ppi fàlla affacciari ci vòli ‘n signali
ca nun sugniu sulu ca passu ‘ì ‘ sta via.

Cuanti carrettieri ‘mpàìunu
Ri prima sira comu a ‘mia
E ‘ì so carrètta anu ‘u serusciu
‘u stissu i chiddu miu.

U sparu rà zotta eni ‘u signali
Cà ‘u sapia l’amurusa mia.

Ri ciù passava ju ri ‘dda via
Ri ciù l’amuri so pruia a ‘mia.

Che manuzzi signali facia,
che labruzzi paroli d’amuri mi ricìa
e ‘dd’accussi contenti mi ‘nn’ia
cantannu e cacciànnu pà mò via.


                                           di  Giovanni Virgadavola



 


 
BIBLIOGRAFIA


“ IL CARRETTO  SICILIANO” Giuseppe Capitò

“’U MO’ DIALETTU” Giovanni Virgadavola

“UOMINI,CAMPAGNE E CHIESE NELLE RAGUSE”
Giorgio Flaccovento

“COSI PASSATI, COSI DI Nà VOTA” Giuseppe Casà







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